sábado, 18 de febrero de 2017

L'UNIVERSO DI WINSTON MORALES CHAVARRO E L'IDEAZIONE DI UNA NUOVA GENESI




ANTIDA VETRANO
Università degli Studi della Calabria
Facoltà di Lettere e Filosofia
Calabria-Italia.

Non v'è causa d'errore più frequente che
la ricerca della verità assoluta.
S. Butler, Taccuini




4.1 Winston Morales Chavarro


Winston Morales Chavarro nasce a Neiva Huila, in Colombia, nel 1969. Narratore, poeta e saggista, oggi, all'età di 36 anni, è uno dei migliori artisti colombiani, motivo per il quale ha ottenuto speciali riconoscimenti e vinto numerosi concorsi letterari, tra cui Poesía Organización Casa de Poesía (1996), i Concorsi Dipartimentali del Ministero della Cultura (1998) e, nel 2000, ha rappresentato il suo Paese al I Festival di Cultura Colombiana a Milano, in Italia. La sua ricca carriera lo vede anche comunicatore sociale e giornalista, nonché direttore editoriale e fondatore del quotidiano Neiva; ruoli che si affiancano a quelli di co-direttore della rivista Indice de Literatura, di membro del consiglio editoriale della Revista Hojas Sueltas-Neiva e di corrispondente del periodico spagnolo Alhucema.


Lettore appassionato di autori quali Virgilio, W. Blake, J. Milton, J. W. Goehte e C. Milosz, Winston Morales Chavarro è fermamente convinto del fatto che filosofia e poesia abbiano un'origine comune e che, mediante una voce esterna, un “alito poetico”, il poeta abbia libero accesso alla conoscenza soprasensibile. È per questo che, pur apprezzando Romanticismo, Simbolismo e Surrealismo, egli non si identifica in nessuna corrente letteraria o scuola di pensiero, ma ritiene di aver subito solo l'influenza della filosofia trascendentale e dei principi ermetici.


Degne di menzione sono le sue antologie, quali Crónica Poética del Huila e Nuevas Voces de Fin de Siglo, ma è grazie alle opere poetiche che Winston Morales Chavarro deve il proprio successo. Difatti, Aniquirona (1998), De Regreso a Schuaima (2000) e Memorias de Alexander de Brucco (2002) vengono considerate delle opere pregevoli, in quanto racchiudono l'essenza del suo pensiero. La particolarità insolita che anima la poesia di questo autore colombiano è una serenità violenta, un contrasto del quale egli si serve per descrivere le molteplici situazioni di una realtà instabile. Tale ossimoro, infatti, evidenzia la determinazione che egli dimostra nell'opporsi all'ambiente circostante, che spesso cerca di assoggettarlo alle leggi dell'ipocrisia sulle quali si regge. Chavarro, però, trova il suo punto di forza in una tranquillità sobria, ma allo stesso tempo ostinata, che gli consente di reagire e di non essere sopraffatto da un mondo in contraddizione ed incoerente. Tutto ciò viene contornato da un lirismo semplice e da un'intensa ispirazione religiosa, che trae spunto dalla Bibbia, di cui il poeta si avvale per cercare di attribuire alle cose l'esatto valore, evocando sogni e tormenti, pene e felicità.






4.1 La trasfigurazione di un mondo: Aniquirona e De Regreso a Schuaima



Nonostante abbiano fatto la prima apparizione a due anni di distanza l'una dall'altra, Aniquirona e De Regreso a Schuaima sono due raccolte di poesie saldamente congiunte tra loro.


Aniquirona è un'opera essenziale per capire lo sviluppo e la crescita artistica di W. Morales Chavarro. In questa raccolta di poesie, apparsa nel 1998, si assiste all'evoluzione letteraria del poeta, che culmina con il raggiungimento di una saggia maturità: egli dà libero sfogo alle idee ed alle emozioni più profonde, seguendo l'esempio di uno scrittore cileno del Novecento, V. Huidobro, secondo il quale il poeta altri non è che un piccolo Dio con il compito di inventare continuamente il mondo. Anch'egli, quindi, crea il proprio universo: Aniquirona, donna e mito, carne ed immaginazione, voce e silenzio, frutto dei suoi sogni più intimi e segreti. Alla base di questo nuovo mondo si ritrova l'idea che l'autore ha della donna: attribuendole una sorta di deismo e di magnificenza, W. M. Chavarro vuole rendere omaggio non ad una in particolare, bensì all'intero genere femminile.


Egli non crede nella differenziazione in poli opposti, poiché sostiene, invece, l'esistenza di un'unica specie divisa in "gradazioni" differenti: di conseguenza, la femminilità sarebbe un altro grado di ciò che si conosce come genere e lo stesso vale per la virilità. In tal caso, oltre ad essere presenza onirica della femminilità, Aniquirona simboleggia la poesia, la morte, la natura e la storia. In ogni componimento, e di volta in volta in modo differente, siffatta Creatura rappresenta l'archetipo nel quale si fondono la necessità del tutto ed una voglia intensa di eliminare il tempo e le frontiere della vita e della morte; icona del perturbante, Aniquirona è ad un tempo corporea ed invisibile, concreta e sconosciuta. Inoltre, la fiducia energica che l'autore ha nei poteri del sogno e dell'immaginazione mette ben in evidenza la forte carica di desiderio e di eros sprigionata da questa nuova Eva.


Il punto di partenza dei poemi di Aniquirona è rappresentato dall'idea che W. Morales Chavarro ha della Poesia: essa è un cammino che accompagna il poeta per tutta la vita e, derivante dall'incontro delle sensazioni del tempo con i suoni dello spazio, fonde realtà ed immaginazione. Da questa unione viene fuori un nuovo mondo, basato sulla naturalezza e sulla spontaneità, dove la natura si trasfigura ed abbandona la triste opacità dei suoi elementi per farli rivivere sotto forma di immagini appartenenti alla luminosità magica. Di conseguenza, dimorando in un ambiente trasfigurato, Aniquirona diventa il simbolo della donna, della magia e del fuoco delle cose e, dunque, anche un inno alla naturalezza. Una simile voglia di semplicità e di ingenuità deriva dal bisogno che l'artista sente di allontanarsi dal caos e dalla mediocrità della società odierna, contornata da molta apparenza e da poca profondità, dove tutto è un mero spettacolo, mentre la cultura viene lasciata sempre più in disparte. Avvalendosi di un linguaggio esuberante e passionale, associato a forme limpide e vivaci, W. M. Chavarro dà vita ad una scrittura gradevole ed intensa. Proprio mediante la sua schiettezza mette in discussione le verità assolute e ricorda al genere umano che la sua presenza breve e fugace nella vita terrena ha un prolungamento solo ed esclusivamente nella poesia.





La seconda raccolta più importante dell'autore colombiano, De Regreso a Schuaima, pubblicata nel 2000, è strettamente collegata alla prima, in quanto le sue poesie descrivono la regione, inventata, in cui abita Aniquirona. Più che di un mondo onirico si tratta di una vera e propria forma di distacco dalla realtà circostante, con l'intenzione di far sentire la sua presenza sempre attiva, tanto da sfociare in una sorta di misticismo e di trascendentalismo a priori.


Se Aniquirona incarna la Donna, Schuaima rappresenta il Luogo per eccellenza nel quale ella dimora, o meglio, l'Utopia. Si tratta del luogo della memoria, profumato e ricco di fiumi, di vulcani e di luce, dove le cose acquistano maggior valore se percepite attraverso l'olfatto. Si tratta, quindi, di un mondo che scavalca i limiti della quotidianità e del mediocre, di uno spazio accessibile tramite gli sdoppiamenti dell'io e la ricerca febbrile di un linguaggio che si trasfigura per sfuggire alle ossessioni ed alle paure della notte. Inevitabilmente, alla notte si associa la morte, tema molto ricorrente nella poetica chavarriana ed al quale l'autore si approccia provando una duplice sensazione di timore e di fascino.

Tuttavia, la ferma convinzione che essa sia semplicemente un ponte che conduce a volte verso la fine, altre verso la vita, fa sì che il poeta non si scoraggi davanti alla sua minaccia; al contrario, egli trova nell'arte e nella cultura in genere la forza per andare avanti, tanto da sperimentare una morte differente, una "Morte viva", che lo guida fino al regno di Schuaima. Variante originale del paradiso edenico, questo nuovo mondo rappresenta un ritorno alle origini (implicito già nel titolo stesso dell'opera), una riconciliazione con la natura, che ora parla la stessa lingua del poeta, dove ogni cosa è fresca e vitale, lontana dal grigiore e dalla tristezza dello spazio terreno.


Tale processo creativo inizia con Aniquirona: è lei la chiave di accesso al regno dell'aldilà, colei che ispira l'autore nella composizione di ogni sua poesia, accompagnandolo per tutto il viaggio che porta a Schuaima. In realtà, W. M. Chavarro si serve di questa guida "eterna" per sottrarsi anch'egli all'oblio, sentendo l'irrefrenabile desiderio di restare impresso per sempre nella memoria altrui e di infrangere qualsiasi barriera spazio-temporale.


Nelle raccolte di W. M. Chavarro s'incrociano due correnti: una rappresentata dal mondo onirico, che dà vita a Schuaima e ad Aniquirona, l'altra evidenziata dal substrato religioso, che rivela un'analisi demitizzante dei personaggi biblici. Entrambe si nutrono reciprocamente e senza contraddirsi grazie all'uso del linguaggio e della costante della morte come processo vitale.







4.1.1 Memorias de Alexander De Brucco



 Nel 2002 Winston Morales Chavarro pubblica un'altra raccolta di poesie: si tratta di Memorias de Alexander De Brucco, l'ennesimo tentativo da parte dell'autore colombiano di contrapporre all'ostinata asprezza della vita la dolcezza e la serenità della parola. Come per Aniquirona e De Regreso a Schuaima, anche in questo caso si tratta una raccolta anonima: le trentuno poesie che la compongono sono scritte da un autore fittizio, Alexander De Brucco appunto, che si nasconde dietro ciascun verso, evitando accuratamente di lasciare tracce che consentirebbero di identificarlo. I suoi versi riguardano tutti i protagonisti biblici più importanti: Adamo, Eva, Caino, Abele, Noè, vengono qui "modernizzati", rappresentati, cioè, in relazione alla contemporaneità. L'autore non crede nelle verità assolute e, di riflesso, i suoi personaggi difettano sia del rigore del cattolicesimo, che di qualsiasi riverenza nei confronti dei paradigmi e dei dogmi prestabiliti.


Ogni componimento è guidato da un senso cronologico e coerente che lo ricollega al successivo, consentendo al lettore di esplorare l'universo poetico del testo completo. Ecco allora che il poeta riesce ad attirare l'attenzione di chi legge verso gli echi della storia sacra, impiegando un linguaggio spontaneo e colorato che si dimostra in grado di andare oltre la fugacità e la fragilità delle cose e che sconfigge quelle sensazioni di inquietudine e di incertezza nocive alla vitalità umana.


Al pari di Aniquirona e di Schuaima, anche le Memorie descrivono un universo particolare e personale, avvolto da un mistero apparentemente irrazionale, ma in realtà genuino; si ha di fronte uno spazio aperto, dove la natura esprime la propria tipicità mediante uccelli incantati, essenze celesti e canti magici provenienti da boschi e fiumi. Uno scenario del genere non può che richiamare alla mente l'Eden perduto, dal quale tuttavia si differenzia per una ragione fondamentale: mentre nel giardino edenico Adamo ed Eva si sono macchiati di una colpa, in quello chavarriano, invece, ci si riscatta dal peccato commesso, riuscendo quasi a recuperare quella condizione idilliaca rimpianta per tanto tempo. Tale somiglianza dà vita ad una sorta di parallelismo biblico che vede, da un lato, un testo cristiano di evidente stampo patriarcale, dall'altro, una scrittura pagana fiduciosa, una Bibbia del futuro che esplora il mondo dei racconti sacri sotto una prospettiva interamente ottimista. Amalgamando tradizione e poesia, W. M. Chavarro propone la riscoperta e la narrazione di tutte le leggende bibliche, alle quali conferisce un nuovo significato che accosta il dato storico all'esperienza quotidiana dell'uomo, riconciliando storia e vita.


A questa breve analisi va aggiunto un elemento fondamentale, di inconfondibile stile chavarriano: la poesia che interessa e stimola l'autore colombiano è quella "narrativa", che racconta, cioè, grandi eventi ed imprese straordinarie, evidenziando, così, un intenso vigore letterario. Un simile modo di fare poesia si contrappone a quello più classico e più facile della poesia "fotografica", atta unicamente ad immortalare un semplice istante, un amore effimero che si perde nel tempo. Ecco il motivo per cui l'unica corrente letteraria seguita da W. M. Chavarro è stata quella della parola, soprattutto per la sua ferma convinzione che chi scrive dei versi rappresenti un semplice strumento, un canale tramite il quale si diffonde il mare magnum della Poesia.



4.1 L'audacia di una donna: A Eva en el destierro (A Eva in esilio)


Qué hermosa es Eva Bella è Eva
Qué hermosa la serpiente que le rodea Bello il serpente che la circonda
El árbol que crece en su talle L'albero che cresce nella sua vita
El frutto carnoso que despliegan sus Il frutto carnoso che le sue labbra
labios mostrano
Al posar sobre la ocarina Mentre poggiano sull'ocarina
Su música en las orillas del bosque. Musica al confine del bosco.
Qué hermoso su cabello Belli i suoi capelli
-Grajillas oscuras que caen sobre sus -Corvi scuri che ricadono sulle sue
hombros perfumados- odorose spalle-
su nariz que respira otros mundos il suo naso che respira altri mondi
y crea para tantos laberintos e crea per così tanti labirinti
el azahar y las guirnaldas que los i fiori e le ghirlande che li
sostituya. sostituiranno.


Qué hermosa es Eva Bella è Eva
Qué hermosos sus tobillos Belle le sue caviglie
Las huellas que dibuja sobre la arena Le orme che disegna sulla sabbia
Para marcar el camino hacia la luz y Per tracciare il cammino verso luce
hacia las sombras. ed ombre.
Qué hermosos los hijos que le ha Belli i figli che ha scaraventato nel
arrojado al mundo mondo
El río que desciende por las colinas de Il fiume che discende le colline del
su vientre suo ventre
El volcán de sus ojos de fuego. Il vulcano dei suoi occhi di fuoco.
Qué hermosa esta costilla pensante Bella questa costola pensante
Este polvo sagrado Questa polvere sacra
Esta caña aromática Questa canna aromatica
Que guarda en sus pechos fragantes Che custodisce nei suoi fragranti
semi
Otra manzana para las épocas de Un'altra mela per le stagioni di
lluvia. pioggia.



La terza raccolta di W. M. Chavarro esordisce con una poesia dedicata ad Eva, prima donna e madre del genere umano, e dà inizio, così, alla sequenza logica e cronologica che narra le vicende dei vari personaggi biblici. Questi ultimi, però, vengono raffigurati sotto una prospettiva più umana, che ne evidenzia al contempo la fragilità, poiché soffrono e si disperano come ogni uomo, e la speranza, in quanto attribuiscono un valore edificante e positivo agli sforzi della vita terrena. La lettura della poesia (e del libro intero) non risulta noiosa e stucchevole, in quanto, grazie all'uso di una varietà assortita di luci, di colori e di sfumature, De Brucco-Chavarro musica ed esalta ogni singolo verso, evitando qualsiasi tipo di giudizio moralista e conferendo a tutto il contenuto energia e dinamismo.


La motivazione principale che ha indotto questo autore a scrivere una poesia su Eva è il rispetto che egli ha per la donna in genere e, tramite i suoi versi, ha sentito la necessità di reintegrarla nella società dalla quale è stata esclusa. Egli è convinto che la colpa di tale alienazione sia da imputare alla religione moderna, interamente al maschile e, soprattutto, fondata sui pregiudizi nei confronti del genere femminile o meglio, per usare un'espressione chavarriana, dell'altro "grado". Lo scrittore mira a ripristinare il riguardo di cui la donna godeva al tempo degli Egizi e dei Greci, quando il binomio femminilità-naturalezza era indissolubile ed ossequiato, nonché a renderla nuovamente parte attiva di una società dalla quale è stata emarginata ed usata alla stregua di un oggetto senza importanza.
Nonostante il deciso rifiuto da parte dell'autore sudamericano di qualsiasi forma sia di retorica che, al contrario, di laconicità, A Eva en el destierro è un componimento molto ricco, non solo dal punto di vista contenutistico, ma anche sotto il profilo simbolico. Il testo, che già dal titolo rende noto il soggetto di cui ci si accinge a parlare, presenta una tripartizione piuttosto netta: la prima parte (vv. 1-6) fa riferimento al peccato originale; il secondo segmento (vv. 7-15) descrive le qualità fisiche della prima donna; infine, nella terza unità (vv. 16-23) vengono presi in considerazione sia il rapporto che Eva ha con l'intero genere umano, sia quello che la lega ad Adamo.


Nella prima parte, dunque, W. M. Chavarro trova il modo di sintetizzare in quattro versi ciò che è accaduto poco dopo la Creazione e lo fa abilmente, avvalendosi di termini esplicativi ed esaurienti. Il verbo circondare, ad esempio, sottolinea come Eva sia stata letteralmente "rapita", "catturata" dall'astuzia dell'ofide tentatore; quest'ultimo, cingendo l'albero proibito, se n'è finto il custode ed ha spinto la donna a peccare per ottenere trasversalmente quella conoscenza che prima era solo una prerogativa divina.


I due sensi che qui vengono chiamati in causa mitigano sia la tentazione che la colpa: espressa dalla reiterazione dell'aggettivo bello-bella, la vista mette in risalto il momento più significativo ed intenso della scena edenica, senza manifestare nessun segno di giudizio o di condanna. A ciò si aggiunge la funzione svolta dalla musica, denominata anche la "meta-erotica" , che consiste nel conciliare i contrari e nel dominare la fuga inesorabile del tempo; ruolo, questo, che la rende lo sbocco razionalizzato di qualsiasi immagine carica di affettività, nonché del gesto sessuale. Non è un caso, quindi, che in tale contesto l'ocarina sfiorata per diffondere nel bosco un suono lento e dolce venga associata alle labbra che mostrano con fierezza il frutto carnoso e che entrambe rappresentino l'icona della sensualità.







4.1.1 Un fascino enigmatico



 La seconda unità è dedicata alla descrizione fisica della sposa di Adamo ed il primo elemento ad esserne messo in risalto è la capigliatura. Quest'ultima, intimamente associata all'acqua ed a tutto il genere femminile, rappresenta una delle armi più forti della donna; di conseguenza, tenerla sciolta o annodata, visibile o nascosta può essere chiaro segno di disponibilità o di riserbo. In questi versi i capelli di Eva ricadono sulle sue spalle: ciò significa che li porta sciolti, a mo' di provocazione sessuale, ed a partire da tale sfida l'autore lascia presagire l'incombenza di un'ombra che l'accompagnerà per tutto il resto della sua vita.
Nasce spontaneo il richiamo ad un complesso ben noto in psicanalisi, quello di Ofelia, una fanciulla morta annegata in un ruscello a causa delle sue vesti zuppe d'acqua e la cui chioma fluttuante ha logorato poco per volta l'immagine della sua anima. Pertanto, legata all'idea del tempo irrevocabile che è il passato, la capigliatura "vivente" descritta da W. M. Chavarro evoca un movimento, “un'onda che passa, [...] che freme” , così come fremente e contaminato è, ormai, il cuore di Eva. Va aggiunto che, richiamando l'acqua corrente per via del suo movimento, il simbolismo della capigliatura rafforza l'immagine della femminilità fatale e teriomorfa ed assume, al contempo, una prospettiva negativa ed infelice. In un simile contesto, l'acqua femminile diventa “elemento melanconizzante” e culmina in un “nulla sostanziale” da cui è impossibile venire fuori.


Il presagio negativo viene introdotto dal poeta mediante una metafora in presentia che accosta i bei capelli di Eva a dei corvi scuri: come afferma G. Bachelard, l'acqua “si stinfalizza” e, mostrando il suo aspetto triste e tenebroso, viene qui trasformata in “materia della disperazione” . Dal punto di vista simbolico, il corvo presenta numerose contraddizioni: chiaroveggente e profeta, uccello solare e misterioso, a volte salva e difende, altre è nunzio di morte; ambivalenza, questa, strettamente collegata alle sue diverse proprietà fisiche, ognuna delle quali viene impiegata a seconda del contesto da analizzare. L'ala, strumento ascensionale per eccellenza, lo rende icona di una sottile perspicacia, nonché di un'intensa voglia di solitudine, di quell'isolamento volontario desiderato da chi ha deciso di vivere su un piano superiore. Inoltre, il fatto che i capelli di Eva siano privi di luce crea inevitabilmente un collegamento con quello che viene definito il "contro-colore di ogni colore" , ovvero il colore nero, inteso, qui, nella sua accezione negativa. Associato alle tenebre primordiali, infatti, il nero rappresenta la perdita definitiva di qualcosa ed in questo caso simboleggia il perenne esilio dal giardino dell'Eden, la caduta, senza ritorno, nel Nulla.


Nonostante il suo profondo legame con la morte e la sepoltura, il Nero si collega anche alla promessa di una vita rinnovata, al pari della notte che trova la sua speranza nell'aurora e dell'inverno che ripone la sua fiducia nella primavera. Il simbolismo di "peccato, angoscia, rivolta e giudizio" di tale colore scuro viene smorzato dall'aggettivo bello, che ricorre per tutta la poesia, quasi ad allontanare la tristezza dovuta alla perenne condizione errante del personaggio principale ed a creare un'atmosfera più distesa e serena rispetto a quella respirata nella Genesi.


I capelli che la femme fatale tiene sciolti cadono lunghi sulle sue odorose spalle: il simbolo per antonomasia della virilità si trasforma, qui, in emblema della potenza seduttiva femminile, che diventa imbattibile se associata al potere disarmante del profumo, elemento terreno connesso con il ricordo e la memoria. Il naso, altro riferimento all'olfatto, è il simbolo della chiaroveggenza: alludendo al titolo, De Brucco descrive una donna condannata ad un esilio eterno, obbligata ad affrontare numerose difficoltà (labirinti) prima di unirsi in matrimonio e dar vita a quella prole (i fiori e le ghirlande) che, come lei, vivrà in altri mondi, nella speranza di cambiarli e di renderli migliori. Sottolineando la bellezza del “nodo del piede” , ovvero della caviglia di Eva, l'autore spiega come la madre lascerà le sue orme sopra la sabbia, materia plastica e malleabile, e perciò “simbolo dell'utero” . Toccherà, poi, a ciascuno dei suoi figli scegliere autonomamente il cammino da seguire: andare verso la salvezza, la felicità e la vita (quindi la luce) o procedere nel senso opposto, dirigendosi incontro al regno delle tenebre, emblema di perdizione, di disgrazia e di morte.




4.1.1 Una nuova stagione



I versi conclusivi di questa poesia mettono in evidenza il rapporto che lega la prima donna ad Adamo e ribadiscono ancora una volta qual è il suo ruolo principale: essere la madre di tutto il genere umano. Infatti, come il fiume è congiunto contemporaneamente alla fertilità, alla morte ed al rinnovamento, costituendo “il simbolo dell'esistenza umana e del suo scorrere" , così il latte che sgorga copioso dal seno di Eva deve nutrire e rendere vigorosi i figli nati dalla sua unione con l'uomo che le ha dato la vita. L'idea di madre protettiva e benevola, evocata anche dal termine ventre, luogo di difesa e di tenerezza, contrasta con il verbo scaraventare del v. 16: qui, infatti, si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una donna indifferente e crudele, che improvvisamente abbandona la sua prole per offrirla in pasto a quell'ambiente affascinante e ad un tempo insidioso che è il mondo.


Occorre notare come siffatta creatura, bella e pericolosa insieme, sia animata da una grande passione, definita al v. 18 come un vulcano che acceca i suoi occhi di fuoco, gli stessi che ella ha “aperto” per la prima volta nel momento in cui ha mangiato del frutto proibito. A questo punto, si può notare, per estensione, una specie di analogia tra il complesso di Empedocle esaminato da G. Bachelard e quello che si potrebbe definire il complesso di Eva. Difatti, al pari di Empedocle, gettatosi nell'Etna quasi a volersi purificare, offrendo, così, una delle più grandi immagini della "Poetica dell'annientamento" , il vulcano che si trova nello sguardo di Eva mette in risalto la sua voglia di libertà, nonché il suo desiderio di effettuare quel "salto" che la condanna, sì, ma la purifica e la libera allo stesso tempo. Equiparando la grandezza del fuoco, anche la donna chavarriana compie un atto immotivato, degno unicamente di uno spirito cosciente della propria solitudine assoluta, e dà vita, così, a quel “cosmodramma vero” che secondo il filosofo francese rappresenta l'unica possibilità offerta all'uomo per esprimere la sua libertà.


De Brucco-Morales Chavarro conclude questa sorta di excursus a ritroso, iniziato con la scena del peccato originale e proseguito seguendo le tracce di Eva, illustrando il momento della creazione della coppia edenica. Tuttavia, si tratta di una coppia completamente diversa rispetto a quella genesiaca: da una parte, si ha la polvere sacra dalla quale è stato tratto Adamo, essere pensante la cui presenza resta implicita per tutto il componimento e che contrappone la razionalità virile all'istintività femminile. Dall'altra, e questo è l'aspetto più importante, la donna, qui descritta come una canna aromatica, emblema di fragilità e di flessibilità, non è più la sposa tentatrice ed infedele, ma la custode del frutto della salvezza. Non è un caso che si tratti proprio di una mela, lo stesso frutto che il serpente ha usato per tentare Eva, da mangiare, questa volta, durante le stagioni di pioggia; l'acqua che discende dal cielo, infatti, rappresenta la fertilità dello spirito e la luce, come pure la grazia e la salvezza. Ecco, quindi, che la nuova mela si oppone a quella vecchia, per la quale è stato commesso il peccato, e viene gravata del difficile, ma possibile compito di riscattarsi dall'errore originario.


Esaminata sotto questa nuova prospettiva, la donna rappresentata da W. M. Chavarro elude qualsiasi forma di peccato, di condanna o di persecuzione ideologica; personaggio primordiale, viene contemplata con gli occhi del sogno e del poetico, mentre una freschezza ed una vitalità naturali le concedono la possibilità di dar vita ad una nuova Genesi.





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